Delocalizzazioni, partita persa a tavolino

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Cosa ha dimostrato la vicenda Goodyear? Che i rapporti di forza sono a sfavore dei lavoratori, e che davanti ai fallimenti politici e sindacali (come la delocalizzazione, poi avvenuta, della Goodyear) c’è chi ha fatto carriera

È la fine degli anni ’90. Quelli di Tangentopoli, delle stragi di Falcone e Borsellino. Delle monete lanciate a Craxi, del karaoke di Fiorello, di Non è la Rai, dei mondiali Italia 90, di Hanno ucciso l’uomo ragno. Mentre il paese vive la “Seconda Repubblica”, è a livello industriale che si dimostra l’impotenza della classe politica nazionale davanti alla globalizzazione.

Ad anticipare il nuovo corso dell’economia in Italia è la multinazionale di pneumatici Goodyear, che il 24 novembre del 1999 comunica il licenziamento a 574 lavoratori nello stabilimento di Cisterna di Latina, 20 a Roma e 5 ad Assago.

Il motivo? Delocalizzare. Enrico Letta, ministro dell’Industria nel governo di centro sinistra guidato da Massimo D’Alema «definisce inaccettabile la decisione, dicendosi pronto a chiedere indietro alla Goodyear gli sgravi fiscali concessi e gli incentivi per le assunzioni fatte, oltre a non versare i sei miliardi richiesti dall’azienda allo Stato per alcuni investimenti effettuati»; il segretario della Uil, Sergio D’Antoni chiede «il pronto intervento di Palazzo Chigi». Secondo il segretario della Cisl Giovanni Guerisoli «bisogna evitare che una multinazionale arrivi in Italia e poi se ne vada senza rispettare le regole». Per il segretario della Uil Luigi Angeletti «Goodyear ha deciso di abbandonare l’Italia perchè era più semplice che farlo in altro paese europeo». Gli operai si incatenano ai cancelli dello stabilimento.

Ma tutto è vano, e nessuno è in grado di fermare la Goodyear, che procede come un treno nel processo di dismissione dell’impianto. Nella primavera del 2000 la multinazionale americana chiude definitivamente l’unico stabilimento italiano a Cisterna, aperto nel 1965 grazie ai finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno nell’area svantaggiata della provincia di Latina, per trasferire la produzione altrove. Dove? Verso l’est Europa.

Nel 1989, con la caduta del muro di Berlino, si apre il libero mercato: milioni di persone diventano forza lavoro a basso costo nei paesi che prima si trovavano sotto l’ombrello dell’Unione sovietica. L’Europa dell’est diventa la terra promessa delle delocalizzazioni.

Il capitalismo cambia pelle, diventa leggero, extraterritoriale, capace di imporre il ricatto occupazionale e condizionare «gli organismi politici legati ai territori, a imporne la sottomissione alle loro richieste […] chiedendo meno tasse, poche regole e soprattutto avere le condizioni per un mercato del lavoro flessibile», scrive il sociologo Zygmunt Bauman. È così che «negli anni ’90 il marchio si scollega dalla produzione, diventa libero di andare ovunque nel mondo, alla ricerca delle migliori condizioni per gli azionisti.

Il problema non è più il dove, ma come produrre. Nei confronti del processo produttivo si muove un sentimento di disprezzo e i lavoratori diventano semplice zavorra», scrive la giornalista Naomi Klein. Nel 2021 in Italia sono decine le vertenze lavorative per delocalizzazione.

Ma oltre ai proclami e alle dichiarazioni politiche, la strada purtroppo sembra irrimediabilmente segnata. Cosa ha dimostrato la vicenda Goodyear? Che i rapporti di forza sono totalmente a sfavore dei lavoratori, e che davanti a conclamati ed evidenti fallimenti politici e sindacali (come la delocalizzazione, poi avvenuta, della Goodyear) c’è chi ha fatto carriera arrivando a ricoprire incarichi di primo piano nelle istituzioni.