Tavoliere sotto attacco

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Un problema sottovalutato per decenni quello della delinquenza nel foggiano. E alla fine il bubbone è esploso. La lunga scia di violenza inizia negli anni ’70 sul promontorio del Gargano, perla dell’Adriatico, con violente faide fra famiglie.
Poi omicidi, corpi che scompaiono nelle grave del promontorio. Un’escalation senza pari in Italia che culmina nell’estate 2017, con la strage di San Marco in Lamis, con 4 morti, tra cui due agricoltori testimoni involontari finiti dell’agguato.
“La strage di San Marco in Lamis – scrive l’etnografo Leonardo Palmisano – ha avuto il merito di far capire alle sorde orecchie romane che la Puglia è una regione di mafie, potenti e sanguinarie che dominano dai laghi Lesina fino a Leuca”.
Poi l’episodio più inquietante: nel 2015 uno dei pochi pentiti in una terra vessata dalla criminalità rivela che avrebbe dovuto uccidere nel 2006 “in stazione a Foggia il pm Giuseppe Gatti”.
Un magistrato che al suo arrivo aveva iniziato a mettere le mani degli affari di una delinquenza partita con rapimenti, racket, estorsioni, traffico di armi, rapine ai blindati. E che poi si è sviluppata con gli interessi nel traffico dell’immondizia, dell’edilizia, sugli appalti pubblici, nel traffico di droga proveniente dai Balcani. Fino a diventare, in questa triste classifica, la cosiddetta “quarta mafia”, dopo le più note ‘ndrangheta, camorra e mafia.
Tutto questo ha portato in pochi decenni la provincia foggiana, con un’economia prevalentemente agricola e popolata da gente onesta e lavoratrice, sotto i riflettori nazionali.
Oggi, quando si parla della provincia di Foggia, oltre ad associarla al triste binomio “quarta mafia”, se ne parla anche per il caporalato nei campi durante la raccolta dei pomodori, per le baraccopoli sorte nelle campagne del tavoliere e popolate dagli sfruttati.
“Trecento delitti negli ultimi 30 anni. Quasi l’ottanta per cento irrisolto”, scrive Andrea Tundo sul mensile Millennium del Fatto Quotidiano, nell’edizione di agosto 2019. Nella Capitanata c’è una mafia che va da Foggia a Cerignola, si inerpica sul Gargano e arriva a San Severo. E l’estensione della provincia – 7mila km, la terza in Italia – rende più difficile il contrasto dello Stato alla “società foggiana” più difficile se si pensa che la Liguria con “oltre mille chilometri in meno di estensione, ha quattro province e quindi altrettante procure, questure e comandi di Guardia di finanza e carabinieri”, riporta Andrea Tundo sul mensile Millennium del Fatto Quotidiano.
Una vasta provincia, che potrebbe vivere di turismo e enogastronomia, è tenuta in ostaggio da una guerra violenta.
Da una delinquenza spregiudicata che compie omicidi, che piazza ordigni davanti ai negozi o sotto alle auto. In un contesto in cui i cittadini sono vittime della criminalità, quest’ultima blocca lo sviluppo sociale ed economico dei territori. “Nei comuni dove c’è una forte presenza della criminalità organizzata, è molto più facile assistere a episodi di corruzione e intimidazione dei politici e comporta una perdita secca di benessere in uno studio che avevamo fatto sull’economia della Puglia e Basilicata”. Ha spiegato il professore Paolo Pinotti, durante la Lectio Inauguralis della sua cattedra in analisi economica del crimine, creata dall’Università Bocconi di Milano.
In provincia di Foggia dal 2015 od oggi, i Comuni sciolti per mafia e commissariati sono 4: Monte Sant’Angelo, Mattinata, Cerignola e Manfredonia.
“Siamo in una terra che è condizionata dalla mafia foggiana. Si chiama mafia foggiana perchè è riconosciuto a questi sodalizi il vincolo dell’associazionismo mafioso. Apriamo un tavolo di responsabilità fra Stato e imprenditori. Chi ci sta ci sta”, così in un duro intervento il prefetto di Foggia, Raffaele Grassi, in un incontro con gli imprenditori locali a settembre 2019. Il quotidiano La Repubblica, in un servizio del 12 ottobre 2019, riporta una dichiarazione del Procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho: “La provincia di Foggia è oggi la principale emergenza criminale italiana, perchè la più sottovalutata”.
Sempre La Repubblica scrive che il “procuratore antimafia di Bari, Giuseppe Volpe, ha creato un gruppo di magistrati che lavora soltanto su Foggia. Ma non basta perchè la gente non denuncia. Nessuno si è costituito parte civile nell’ultimo processo contro i clan di Foggia mentre i criminali non parlano (due pentiti in 30 anni)”.
Omertà, paura di parlare, silenzio del territorio. Eppure quella di Foggia è una provincia che ha dato i natali al sindacalista Giuseppe Di Vittorio; che ha visto nascere i movimenti dei braccianti; le rivolte contadine finite nel sangue di Gioia del Colle (1920) e poi gli eccidi di San Ferdinando di Puglia (1948) e Torremaggiore (1949).
Una città che si è rialzata con fatica dai pesanti bombardamenti degli Alleati durante la seconda guerra mondiale nel 1943, e che valsero a Foggia due medaglie d’oro, una al valore civile e una al valore militare, ma che ora deve fare i conti con un problema più complesso, quello di ristabilire la legalità sul proprio territorio.

Marco Amendola, 12 gennaio 2020