Calma, non è tutta colpa della carne (dietro le deforestazioni)

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Agosto 2019. L’Amazzonia brucia.

Sul banco degli imputati finiscono il ciclo di produzione della carne e gli allevamenti intensivi.

Ho letto e sentito di tutto, su giornali, tv e social. Dal bisogna “smettere di mangiare carne”, a “ridurre il consumo di carne” perchè “la carne non è sostenibile” per l’ambiente.

Anzi, che la carne inquina “come la plastica” e che è meglio sostituire “un chilo di carne con un chilo di verdura per risparmiare al pianeta circa 15 mila litri di acqua”. Addirittura?

Eppure, per fare un esempio, per produrre le insalatine già confezionate che oggi vanno tanto di moda “il lavaggio richiede enormi quantità d’acqua, tra i 5 e i 10 litri per ogni chilo (di verdura, nda) prodotto prima del taglio, a cui vanno a sommarsi 3-5 litri dopo il taglio”, scrivono Fabio Ciconte e Stefano Liberti in Il grande carrello.

Quando si parla di deforestazione nel sud America e in Asia, si parla di foreste e boschi che vengono distrutte per fare spazio alle produzioni di soia e mais. Cereali destinati a diventare mangimi per allevare gli animali da macello; ma anche per fare le risaie, cioè riso destinato all’uomo. Poi altro paradosso: i biocarburanti, cioè carburanti derivati da mais e canna da zucchero.

Cioè, detto in modo ancora più chiaro, consumare suolo per la produzione di combustibile “green”.

“Nel periodo 1990-2008, la deforestazione lorda mondiale è stata stimata in 239milioni ettari (mha). Il settore agricolo è stato responsabile del disboscamento di circa 128 mha: il 49% è suolo destinato alla produzione di mangimi o a pascoli per bovini, l’8% è legato alla coltivazione di prodotti vegatali per le razioni di suini e avicoli, il 43% alla produzione di alimenti di origine vegetale, biocarburanti e fibre tessili”, scrivono Elisabetta Bernardi, Ettore Capri, Giuseppe Pulina in La sostenibilità delle carni e dei salumi in Italia.

Dire che l’inquinamento e la deforestazione sono solo il risultato della “produzione della carne” è quindi riduttivo. E anche molto.

Una ricerca della Thomson Reuters sulla produzione dei principali inquinanti atmosferici vede ai primi posti le compagnie energetiche. Ma la responsabilità dei gas serra è dei poveri ruminanti.

Poi ci sono altri paradossi, meno conosciuti.

Tipo la produzione dei crostacei. In Bangladesh e in Thailandia – maggiori produttori mondiali di gamberi – sono state distrutte mangrovie e campagne per fare spazio agli allevamenti di gamberi e gamberetti. E per allevare gamberi e gamberetti, come mangime l’industria utilizza il trash fish, cioè pesce raccolto con le reti a strascico dai pescherecchi per produrre farina di pesce per mangime di polli, mucche, maiali. La conseguenza di tutto questo è la distruzione dell’ecosistema marino.

Altro esempio recente: dietro l’olio di palma si nascondeva un sistema di deforestazione nel sud est asiatico.

E anche per il tanto proteico ed economico salmone, pesce allevato in modo intensivo con migliaia di esemplari nelle vasche nel Mare del Nord, si utilizza mangime animale e soia.

Il problema però è la bistecca.

“E se invece – scrive Andrea Bertaglio, autore del libro In difesa della carne – per ridurre il nostro impatto sul clima smettessimo «semplicemente» di mangiare carne e latticini il problema sarebbe in gran parte risolto?”. “Purtroppo non è così semplice. Secondo una ricerca pubblicata negli Stati Uniti nel novembre 2017 dal National Academy of Sciences of the United States of America (PNAS) una totale conversione in chiave vegan dell’alimentazione USA comporterebbe una «riduzione marginale» delle emissioni di anidride carbonica prodotta dal ciclo di produzione della carne”, conclude Bertaglio.

A volte si prendono decisioni o si arriva a delle conclusioni affrettate sulla base dell’emotività, anche sulla spinta di articoli e servizi molto spesso superficiali quando si parla di tematiche complesse, che abbracciano diversi settori.

Invece bisognerebbe essere più razionali: davanti a questi problemi di scala globale, e davanti al crescente aumento demografico, se ne doveva parlare a Expo2015 “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita!”.

Ma la Carta di Milano – firmata da 1,1 milioni di persone – che doveva “combattere la denutrizione e la malnutrizione, promuovere un equo accesso alle risorse naturali, garantire una gestione sostenibile dei processi produttivi” è finita nel dimenticatoio.

Marco Amendola