Il sud Italia è un malato cronico

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A 158 anni dall’Unità d’Italia esiste un “ministero per il sud”.
Calabresi, pugliesi, siciliani, campani e molisani sono i più poveri dell’Europa occidentale (fonte Eurostat, rapporto 2019).
La mobilità sanitaria costa alle regioni del sud e al Lazio 1,2 miliardi di euro che finiscono al nord (fonte Fondazione Gimbe 2017).
Il 34% dei ragazzi delle medie fatica a capire un testo, il 50% è nel meridione (prove Invalsi 2019).
La ripresa dei flussi migratori rappresenta la vera emergenza meridionale.
E’ in atto una desertificazione delle aree interne del sud con conseguente indebolimento dei servizi per il cittadino (fonte Svimez 2009).
In compenso al sud arriveranno 16 miliardi di euro di investimenti nelle ferrovie. Così si potranno avere treni bellissimi, ma vuoti.
L’antropologo Vito Teti scrive che “nella decisione di dove e come costruire è necessario porsi il problema del futuro delle comunità”.
Ma il sud come ha fatto a raggiungere risultati straordinariamente negativi, considerando che chi vive al sud paga le tasse come chi vive al nord?
In fondo sono cittadini come gli altri, che però pagano le tasse per avere servizi peggiori. O addirittura nel non averli proprio.
Al sud è finito un fiume di miliardi di lire disperso in ricostruzioni-mangiatoie, opere incompiute e grandi sprechi di sviluppo industriale mai decollati.
Ma se il sud è in queste condizioni da malato cronico, la responsabilità è di chi lo ha fatto ammalare, di una politica diretta espressione di interessi, mafie, clientele, parentele, comitati d’affari, che ha inseguito il consenso e non ha saputo guardare a lungo termine per il bene di quei territori, che avrebbero potenzialità turistiche ed economiche enormi.
Ma la responsabilità non è solo degli amministratori.
E’ in parte anche degli amministrati che hanno accettato per inerzia un sistema che il sud lo ha spolpato fino all’osso.
L’unica inversione di tendenza può arrivare solo da chi al sud ci vive.