Storia di una lapide contro i briganti e la Questione meridionale

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In Puglia, Basilicata e Campania come in tutto il sud si è svolto un periodo ancora oggi controverso, quello della repressione dei briganti da parte del Regio esercito prima e dopo l’Unità d’Italia.
Lungo lo stivale si contavano 8 stati e 7 sistemi finanziari diversi che attendevano di essere unificati; ma anche un diffuso municipalismo e separatismo locale.
L’Italia era un concetto lontano per le fasce povere del sud, e per chi non vedeva di buon auspicio il passaggio dal Regno delle due Sicilie al Regno d’Italia; mentre le profonde differenze regionali non potevano essere eliminate con un rapido processo di unificazione nazionale, che nel sud è sfociato in una violenta repressione del brigantaggio da parte del Regio esercito attraverso la Legge Pica del 1863.

Guarda il mini doc “Il sud e l’Unità d’Italia” in cui si ripercorre la vicenda della lapide contro il brigantaggio e della linea ferroviaria Rocchetta Sant’Antonio Lacedonia – Avellino

A Rocchetta Sant’Antonio, un caratteristico paese della provincia di Foggia immerso nei paesaggi dauno-irpini, all’interno della Chiesa Madre è situata una lapide messa a memoria di un reggimento di militari del Regio esercito morti in uno scontro con i briganti.

La lapide all’interno della Chiesa Madre di Rocchetta S. Antonio. Immagine Marco Amendola

È posizionata nella navata sinistra, ed è stata messa nel 1864, tre anni dopo l’avvento dell’Unità d’Italia. Inciso sulla lastra marmorea si legge questo passaggio “non lasciare contaminare questo sepolcro dai rinnovati vituperii del brigantaggio”. I fatti ricordati dalla lapide si riferiscono al 28 settembre del 1863, a uno scontro avvenuto alla “Petrala” presso la masseria Corbo, una zona poco distante dal paese, fra un reggimento di soldati e le due bande di briganti Schiavone e Caruso, scrive con un ampio passaggio di particolari Giovanni Gentile nella Cronistoria di Rocchetta, edita nel 1888.

Cerchiata di bianco la località “Petrala” presso Rocchetta S. Antonio. Immagine Marco Amendola

Nello scontro alla “Petrala” persero la vita 8 militari, ma è sempre il sacerdote Giovanni Gentile nella Cronistoria di Rocchetta Sant’Antonio a raccontare diversi episodi di violenza avvenuti in quegli anni in questa parte d’Italia, ad opera sia dei briganti che dei militari che qui dovevano applicare la Legge Pica.

Le violenze dei militari del Regio esercito

Giovanni Gentile racconta, sempre nella Cronistoria, un episodio di efferata violenza da parte dei militari sul territorio rocchettano: dalla famiglia Ciccone i militari prelevarono padre e figlio, fucilandoli lungo la strada, perchè ritenuti in corrispondenza con i briganti per il fatto di aver ritrovato nella “quota Ciccone, contrada Mezzana, il fucile e l’uniforme di un lanciere di Lucca”. Gentile prosegue: “La maggioranza del popolo costernata si chiuse nelle case per non sentire neppure i colpi micidiali che troncavano la vita a due individui più infelici che delinquenti”.

La Chiesa Madre di Rocchetta S. Antonio. Immagine Marco Amendola

Una lapide ingombrante

La collocazione della lapide tre anni dopo l’Unità d’Italia (1861), posta addirittura all’interno di un luogo di culto come la Chiesa Madre del paese, ha un significato più profondo: doveva apparire come avvertimento e simbolo di predominio fisico ma soprattutto morale a chi si ribellava e intendeva ribellarsi all’Unità d’Italia in queste zone periferiche.
Ma la presenza ingombrante di una lapide di questo tipo, in territori periferici e lontani del Regno d’Italia, oggi dovrebbe essere riconsiderata soprattutto a livello storico. Non rimossa, ma contestualizzata per meglio comprendere un periodo difficile dell’unificazione nazionale, che al sud ha dato vita alla questione meridionale.

Le conseguenze dell’Unità d’Italia sullo sviluppo economico del sud: la ferrovia di Rocchetta S. Antonio Lacedonia – Avellino

Fatta l’Italia, bisognava collegare e rendere accessibili queste zone interne al resto del paese. Nasce così, negli immediatamente successivi all’Unità l’idea – sostenuta fortemente da Francesco De Sanctis, intellettuale meridionale, tre volte ministro, e personaggio di spicco della dittatura garibaldina – di creare a arrivare la linea ferroviaria di Rocchetta Sant’Antonio – Lacedonia, capolinea di un percorso di 118 km che attraversa l’Irpina per arrivare ad Avellino.

La stazione di Rocchetta S. Antonio – Lacedonia. Immagine Marco Amendola

La stazione è in territorio pugliese, al confine con la Basilicata e la Campania: venne costruita a partire dal 1888 ed entrò in funzione nel 1895.
Con l’annessione al Regno d’Italia, borghesi e notabili del sud immaginavano sviluppo e prosperità per queste zone, e lo sviluppo e il collegamento al resto della nazione doveva passare per la ferrovia.
Nel 1875, De Sanctis nel suo “Un viaggio elettorale” scriveva “venga la ferrovia, e in piccol numero d’anni si farà il lavoro di secoli. L’industria, il commercio, l’agricoltura saranno i motori di questa trasformazione. Vedremo miracoli. Perchè qui gli ingegni sono vivi e le tempre sono forti”. Anche il sacerdote Giovanni Gentile si unì all’entusiasmo portato dall’Unità d’Italia.Nella Cronistoria di Rocchetta S. Antonio scriveva che la stazione era “destinata ad essere centro commerciale di grande rinomanza per le linee di Gioia del Colle, di Potenza e di Avellino, che li convergeranno”. Ma le illusioni di sviluppo per queste zone del sud da parte di Gentile, De Sanctis e di tanti altri intellettuali meridionali svanirono nei decenni successivi all’Unità d’Italia.

Marco Amendola