Hate speech: due facce della stessa medaglia

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Centinaia di frasi violente e in alcuni casi inneggianti al Duce nel giorno della festa della Liberazione.
Un corteo si è riversato sulle strade di Facebook, e decine di persone senza freni inibitori hanno imbrattato i muri virtuali del social dando sfogo alle proprie pulsioni: “Manganellate nei denti”, “Potremmo appenderli a testa in giù”, “Bastava pestarli”, “Se c’ era Benito Mussolini non capitava !!!!!”, “Ti impicco per le palle”.
Questi alcuni dei commenti scritti on-line da numerosi insospettabili rivolti a chi aveva imbrattato materialmente i muri del centro storico di Modena durante la manifestazione nel pomeriggio del 25 aprile.
Ma senza sporcarsi di vernice, gli insospettabili da tastiera hanno involontariamente usato gli stessi metodi di chi aveva usato bombolette spray sopra muri e vetrine nel centro.
Entrambi hanno deturpato intenzionalmente uno spazio pubblico arrivando allo stesso risultato: incattivire il dibattito sui social come nella vita reale spostando l’attenzione dai motivi – discutibili per alcuni, validi per altri – di una manifestazione agli atti di vandalismo.
E il dibattito cittadino su cosa si è focalizzato?
Sugli atti di vandalismo.
Non è la prima volta che manifestazioni di protesta vengono oscurate da questo genere di episodi.
L’hate-speech – oltre a radicalizzare il dibattito – è presente ogni giorno in Italia e non c’entra niente con la libertà di espressione: basta scorrere i commenti sotto articoli di cronaca, che riguardando i migranti e le minoranze etniche per vedere quanto è profondo l’odio sociale.
Se per cancellare una scritta da un muro e riportare il decoro urbano serve una mano di vernice, sui social la questione diventa più complessa. Non giustifico chi ha scritto sui muri e non giustifico neppure chi riversa sui social frasi cariche di odio.
Ciò che emerge sempre più spesso è la mancanza del rispetto reciproco.