Il limite umano

0
236
Messier 87, first Image of a Black Hole. The Event Horizon Telescope (EHT)

Come in tutte le cose esistono dei limiti che si possono superare e altri che invece non si possono superare. La scienza per esempio ha dimostrato l’esistenza dei buchi neri. La fantascienza invece racconta dell’ipersonno in cui l’uomo deve addormentarsi per poter affrontare viaggi interstellari. La realtà invece è che in questo momento c’è una sonda – senza esseri umani a bordo – lanciata 41 anni fa che sta viaggiando oltre Plutone a 21 miliardi di chilometri dalla Terra; mentre in un futuro sembra non molto lontano l’uomo tornerà sulla Luna per poi spingersi su Marte. Sono i progressi della scienza. Ma c’è un limite anche per la scienza, e questo limite è proprio l’uomo: per la precisione il corpo dell’uomo, la sua vita della durata infinitesimale rispetto alle distanze che occorrono per i viaggi oltre il nostro Pianeta, ma soprattutto la sua psicologia. Solo per andare su Marte, all’apparenza vicino ma distante 400 milioni di km, occorrono 6 mesi e mezzo di viaggio di sola andata nella migliore delle ipotesi. Forse nel futuro questo limite del corpo verrà superato, forse proprio con l’invenzione dell’ipersonno che rallenta le funzioni vitali. Ma si parla appunto di fantascienza. A proposito di tutto questo avevo letto uno scritto molto interessante di Christian Jarrett, neuropsichiatra cognitivo e psicologo, che ha studiato a fondo la psicologia degli astronauti, dal titolo “Tutta un’altra prospettiva”. Lo ripropongo qui.

Tutta un’altra prospettiva
di Christian Jarrett, neuropsichiatra cognitivo e psicologo, lavora per la British Psychological Society e scrive per testate internazionali come The Times, The Guardian, Wired. Ha studiato a fondo la psicologia degli astronauti e il loro training

Per millenni, i nostri antenati hanno osservato le stelle con occhi pieni di meraviglia. Noi lo facciamo ancora, ma solo in quest’epoca privilegiata – grazie ai progressi compiuti nella propulsione missilistica – alcuni uomini sono riusciti a vedere il mondo al contrario, sfuggendo all’abbraccio della gravità terrestre e rivolgendo uno sguardo rovesciato alla nostra bellissima casa. Molti tra coloro che hanno sperimentato questa opportunità unica nota come overview effect, o “effetto della veduta d’insieme”, ne sono usciti profondamente cambiati. Gli astronauti dichiarano di essere rimasti impressionati dalla bellezza magica della Terra, resi umili dall’aver improvvisamente preso coscienza del posto unico che occupiamo nell’universo, e commossi da un senso di fratellanza con l’intera umanità. Nel 1961, Alan Shepard fu il primo americano nello spazio e, nel 1971, posò i piedi sul suolo lunare con la missione Apollo 14. Shepard ha ricordato: «Se qualcuno mi avesse chiesto prima del volo: “Ti lascerai distrarre guardando la Terra dalla Luna?” avrei risposto: “Mai”. E invece, quando rivolsi lo sguardo alla Terra, mentre sta- vo in piedi sulla Luna, scoppiai a piangere» (da The Blue Marble: How a Photograph Revealed Earth’s Fragile Beauty di Don Nardo). Un altro dei membri dell’equipaggio dell’A- pollo 14, Edgar Mitchell, nel documentario del 2007 In The Shadow of the Moon, descrive l’e- sperienza di vedere la Terra dallo spazio come «un’esplosione di consapevolezza» e un «senso schiacciante di unità e connessione… accompa- gnato da un’estasi… un’intuizione, un’illuminazione». L’overview effect è così potente e in grado di cam- biare la vita che alcuni commentatori hanno suggerito, tra il serio e il faceto, che dovremmo inviare i leader politici nello spazio, affnché la vista della Terra da lassù li renda più saggi. Ma queste spedizioni non sono solo illuminazioni poetiche: nonostante i progressi tecnologici ci abbiano concesso la possibilità di raggiungere le stelle, conserviamo gli stessi corpi e le stesse menti che si sono evoluti per vivere sulla terraferma. E si è scoperto che i viaggi spaziali possono mandare in tilt il nostro sistema nervoso. Pensiamo agli effetti di una permanenza a letto per 45 giorni di fla. Sembra il contrario di un’avventura spaziale, eppure restare sdraiati per un periodo prolungato di tempo è paragonabile alle conseguenze che la microgravità causa al fusso di sangue diretto al cervello, ed è solo uno dei tanti metodi usati dagli scienziati per simulare gli effetti psicofsici di un viaggio nello spazio. Durante una ricerca dello scorso anno, 16 volontari sono rimasti a letto per molto tempo: in loro è stato rilevato un aumento dell’aggressività e una diminuzione dello spirito collaborativo (non proprio l’ideale per un equipaggio), probabilmente in parte dovuti a modifcazioni del cervello. Altri ricercatori hanno analizzato le scansioni cerebrali degli stessi astronauti prima e dopo un viaggio nello spazio, rilevando una contrazione in alcune regioni e un ampliamento in altre. Sono gli effetti della ridotta gravità, che sposta il cervello verso la parte superiore del cranio. Si pensa che il fenomeno possa spiegare alcune delle strane sensazioni che spesso gli astronauti sperimenta- no: la percezione che tutto sia improvvisamente capovolto, la diffcoltà a stare in equilibrio, a valutare le distanze o a immaginare oggetti che ruotano. Un insieme di effetti soprannominati “nebbia spaziale”, o “stupidità spaziale”. Tuttavia, affrontare queste alterazioni cogni- tive è solo una parte del problema. Altre diffcoltà riguardano la sfera del quotidiano e l’inevitabile attrito che si crea quando un gruppo di persone deve soggiornare a lungo in uno spazio angusto. Gli psicologi studiano questi effetti inviando persone a trascorrere mesi, o anche più, in luoghi remoti, isolati, e osservando ogni loro movimento. Nel 2015, per esempio, tre uomini e tre donne sono rimasti per un anno intero negli angusti confni di uno spazio abitativo gonfabile costruito a 2.500 metri di altitudine su un vulcano delle Hawaii, e questo è solo l’ultimo tentativo di simulare le dinamiche sociali di un viaggio su Marte: quando i sei “astromarziani” sono usciti dalla casa e hanno parlato con i media, sono subito emerse evidenti tensioni tra loro. Uno dei membri del gruppo, la tedesca Christiane Heinicke, fsico e ingegnere, ha fornito una versione diplomatica raccontando al Times di Londra: «Una delle cose che ho imparato è quanto può essere diffcile dover lavorare insieme a qualcuno». Mentre spesso si pensa ai viaggi spaziali come a un’attività affascinante (una visione favorita dalle immagini di star hollywoodiane come Ryan Gosling, George Clooney o Sandra Bullock in tuta spaziale), la realtà implica invece il dover affrontare disagi quotidiani come la claustrofobia, l’isolamento e la monotonia. Con la microgravità che mette a dura prova il cervello, non c’è da meravigliarsi che le relazioni tra i membri del team spesso fniscano col logorarsi. Altri rischi psicologici per gli esploratori spaziali sono la depressione, l’assenza di privacy, la nostalgia di casa e la privazione del sonno (quest’ultimo è un problema intuibile, dal momento che gli astronauti devono ancorarsi dentro appositi sacchi a pelo per evitare di futtuare, e che non esiste un normale ciclo di alba e tramonto; sulla Stazione Spaziale Internazionale, infatti, il ritmo quotidiano è scandito da quindici albe e da quindici tramonti). Alla luce di tutto ciò, non c’è da meravigliarsi se la Nasa considera le dinamiche psicologiche e sociali come la minaccia numero uno per le missioni. Per garantire il successo in tali circostanze, in primo luogo è prioritario reclutare la giusta tipologia di persone da mandare in orbita: chiunque abbia un carattere irascibile o una personalità volubile non verrà mai selezionato. Quando ho parlato con l’astronauta statunitense Jay Buckey, che ha viaggiato sulla navetta spaziale Columbia, mi ha riferito che, a parte l’ovvia necessità di intelligenza, abilità e competenze, «si cercano persone che intraprenderebbero volentieri un lungo viaggio assieme». Il problema, ovviamente, è che ognuno ha i suoi limiti. Nemmeno gli astronauti con la mente ben addestrata sono robot, e in certe circostanze chiunque può perdere la testa. Una verità dimostrata al mondo in modo drammatico nel 2007 negli Stati Uniti quando, in preda alla gelosia, l’astronauta ed esperta di robotica Lisa Nowak ha guidato per oltre 1.600 chilometri con indosso pannoloni per adulti, per evitare di doversi fermare alla toilette e arrivare così in tempo per affrontare una rivale in amore con l’intenzione, forse, di ucciderla (gli eventi sono descritti nel flm Pale Blue Dot, con Natalie Portman nei panni di Lisa Nowak, in uscita nel 2019). Oltre all’intenso allenamento e all’attenta selezione, la Nasa e le altre agenzie spaziali cercano di ridurre il rischio di confitti e di disagio mentale tra gli astronauti impiegando una varietà di quelle che defniscono “contromisure” psicologiche, tra cui protocolli di base pensati per mantenere l’equipaggio occupato, sedute quindicinali con uno psicologo, supporto psicologico “virtuale” tramite computer sotto forma di questionari, gestione dei confitti, video, consigli, “pacchetti di assistenza” dalla Terra (compresi doni dalle famiglie), e contatti regolari via email con i familiari e i referenti della missione. Guardando oltre la Luna e progettando di inviare essere umani su Marte, la preoccupazione è data sia dalla maggior durata del viaggio (anni, non mesi) sia dal profondo isolamento, che amplifcheranno certamente le sfde psicologiche del viaggio spaziale. Al contempo, molte delle contromisure esistenti non saranno più possibili: l’unico contatto con la propria famiglia potrà avvenire tramite email, con un ritardo fno a quaranta minuti in uscita e in entrata. Ma forse l’incognita maggiore, se mai un viaggio umano su Marte verrà realizzato, è capire come potrebbero sentirsi i membri della spedizione quando non saranno più in grado di vedere il loro pianeta natale. Osservare la Terra dallo spazio può portare a esperienze positive trascendenti, ma cosa accade quando si prosegue e la vista si riduce a un punto infinitesimale? Uno dei timori è che questa situazione possa portare l’equipaggio a una grave crisi esistenziale, una forma di ansia da separazione su scala cosmica. Come si può ipotizzare una contromisura per un momento simile?