Modena 9 gennaio 1950, come è andata davvero [STORIA, FOTO e VIDEO]

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Picchetto dei lavoratori durante la seconda serrata alle Fonderie Riunite, dicembre 1949

Per meglio comprendere come si sono svolti i fatti sfociati nell’eccidio delle Fonderie Riunite di Modena il 9 gennaio 1950, in cui persero la vita 6 manifestanti, è necessario inquadrarli nel periodo storico in cui sono avvenuti. Nell’immediato dopoguerra, la contrapposizione fra i maggiori partiti politici – Partito comunista italiano e Democrazia Cristiana – di opposte vedute riguardo lo sviluppo della società italiana, si catalizza alle prime elezioni politiche del 1948 tutte giocate sulla contrapposizione fra gli ideali del comunismo e dell’anticomunismo. E’ in questo aspro confronto che le posizioni nella società si polarizzano: la linea economica del governo di Alcide De Gasperi puntava alle politiche liberiste; mentre Pci, Cgil e Psi guidavano scioperi e manifestazioni duramente represse dalle forze dell’ordine. E’ anche in questo quadro che le fabbriche e i posti di lavoro diventavano un luogo di confronto politico e sociale, in cui i lavoratori puntavano a ottenere maggiori diritti. Diritti spesso pagati a caro prezzo.

Qui 76 foto e documenti inediti

Fonderie Riunite di Modena: 76 foto e documenti inediti

Quadro storico nazionale
Il 29 aprile 1945 segna la fine della guerra e dal fascismo: il paese affronta un percorso che con il referendum fra monarchia e Repubblica farà diventare l’Italia un paese democratico, con la Costituzione nel 1947 e le prime elezioni politiche nel 1948. Nel dopoguerra in tutta Italia, dopo 20 anni di dittatura, si riaccende il dibattito politico insieme al fermento sociale. In un clima di grandi e rinnovate speranze, le forze politiche si polarizzano. Vince la Democrazia Cristiana con il sostegno dalla Chiesa in un clima di forti attriti con il Partito Comunista, dovute alla Guerra Fredda fra America e Russia. Le elezioni vengono tutte giocate fra gli ideali del comunismo e dell’anticomunismo. Alla sconfitta politica delle sinistra si unisce il difficile quadro sociale in tutto il paese, che vede un peggioramento delle condizioni già difficili delle classi lavoratrici durante il fascismo e nel dopoguerra. Come a livello nazionale, anche a Modena le situazione economica non è delle migliori. L’Emilia rossa vede una forta presenza comunista all’interno delle forze partigiane che avevano lottato contro le truppe nazi-fasciste. E’ sulla forza politica comunista che ricadono le attenzioni della maggioranza della popolazione modenese per ricostruire una società nuova, contro il fascismo e contro chi si era arricchito sulle spalle delle classi meno abbienti. Sotto questo desiderio di cambiamento, il confronto sociale si inasprisce, mentre il sindacato unitario CGIL partecipa alle vertenze operaie nel territorio modenese. La Camera Confederale del Lavoro di Modena (istituita dal CLN nel 1946) assume un ruolo centrale a Modena e provincia, diventando in rapido tempo il punto dei lavoratori per arrivare ad accordi di fabbrica. Le tensioni internazionali e nazionali però si riflettono anche a Modena, e all’interno della Camera Confederale del Lavoro si aprono due correnti sindacali, la social-comunista e quella cattolica. Anche nel sindacato unitario CGIL le diverse componenti di ispirazione social-comunista e cattolica si scontrano: per la Camera Confederale del Lavoro di Modena, i sindacati cattolici rischiano di far venire meno l’unitarietà dei lavoratori. L’attentato al segretario del Partito Comunista, Palmiro Togliatti, nel 1948 riaccende le agitazioni in tutto il paese, sull’orlo di una guerra civile, e a questo seguì una rottura della già fragile unità sindacale. Il sindacato unitario CGIL organizza uno sciopero generale per protestare contro l’attentato a Togliatti, ma la componente cattolica abbandona la confederazione unitaria, dando vita alla CISL. La componente repubblicana, socialista e moderata costituisce la UIL. Queste divisioni fra le dirigenze sindacali ricadono sui lavoratori, che si ritrovano non più compatti nelle vertenze. Nel frattempo, gli industriali dovettero attendere un clima politico più favorevole con la vittoria della Democrazia Cristiana alle elezioni politiche del 1948 per riprendersi dall’efficacia delle lotte sindacali all’interno delle fabbriche. Il mondo datoriale nel tentativo di ripristinare il clima di assoggettamento della manovalanza nelle fabbriche proprio dell’epoca fascista, puntava a ristabilire strategie di contenimento del costo del salario e a ridurre al minimo le atività sindacali negli stabilimenti. E’ in questo periodo, poco prima del boom economico degli anni ’50, che la controffensiva imprenditoriale punta a non far diventare fabbriche e posti di lavoro dei luoghi sindacalizzati e di contro potere operaio e contadino. Tutto questo si riflette a Modena e provincia: nelle imprese vennero licenziati centinaia di attivisti e sindacalisti. Mentre a livello nazionale diverse manifestazioni di lavoratori e contadini la politica repressiva del ministro dell’Interno Mario Scelba e del governo guidato da Alcide De Gasperi causò diversi incidenti: a Melissa in Calabria il 25 ottobre 1949 perdono la vita 3 morti e 15 feriti; a Lentella il 21 marzo 1950 in Abruzzo si verificano 2 morti; a Torremaggiore il 29 novembre 1949 in Puglia perdono la vita 2 manifestanti.

9 gennaio, le video testimonianze

Modena, 9 gennaio 1950, cosa è successo prima? Spiegazione dei fatti
La “Società Anonima Fonderie Riunite Ghisa Malleabile”, avviata nel 1938, era una delle attività industriali del gruppo siderurgico guidato dall’imprenditore modenese Adolfo Orsi. Nel gruppo industriale in cui rientravano anche le Acciaierie Ferriere, Orsi ebbe il merito di acquisire e portare la Maserati da Bologna a Modena, facendo rientrare il marchio del tridente all’interno delle sue società. Come molti industrie dell’epoca, la proprietà si aggiudicò numerose commesse pubbliche dovute alle politiche industriali e del riarmo avviate dal regime fascista. E’ da sottolineare che il fascismo permetteva alle imprese di conseguire legalmente politiche aziendali e di produzione come bassi salari, licenziamenti liberi, assenza di rappresentanze sindcali nei posti di lavoro. Negli stabilimenti Orsi, impegnati a pieno regime nella produzione bellica, si arrivarono a contare circa 2 mila dipendenti. Con la fine della guerra, i lavoratori si organizzano e riprendono le attività sindacali vietate dal fascismo all’interno delle fabbriche: i consigli di fabbrica e le commissioni interne erano formati principalmente da antifascisti e questo incideva sugli aspetti produttivi, mentre a livello sindacale si puntava a maggiori diritti per gli operai, tolti durante il fascismo. Le fabbriche diventavano così luoghi altamente sindacalizzati. Questa la premessa della lunga vertenza, iniziata al principio del 1948 e sfociata nei tragici fatti del 9 gennaio 1950. La proprietà delle Fonderie Riunite, per contrastare il potetere dei consigli di fabbrica e delle commissioni, decide di licenziare 26 lavoratori, assunti temporanemante in fabbrica come provvisori. Il sindacato risponde immediatamente con uno sciopero per circa una settimana, che si allarga in altre fabbriche del grupo Orsi. Il prefetto di Modena costringe la proprietà e i sindacati a trattare, senza risultati. I sindacati continuano la forma di sciopero basata sulla “non collaborazione”. L’Associazone provinciale degli industriali modenesi risponde con una serrata delle Fonderie Riunite il 23 giugno, cioè l’interruzione a tempo indeterminato dell’impresa, un metodo non contemplato dalla Costituzione. Gli operai, come controrisposta, iniziano un picchetto davanti agli stabilimenti del gruppo Orsi, per convincere ed impedire ad altri operai di raggiungere il posto di lavoro. In città, la tensione inizia ad alzarsi, per arrivare a una tregua il 28 giugno 1948 con la ricollocazione dei 26 operai licenziati.

L’immagine di un picchetto davanti alle Fonderie Riunite, dicembre 1949

La seconda serrata 1949-1950
Le tensioni fra Usa e Urss, le correnti comuniste e cattoliche, le elezioni politiche con la vittoria della Democrazia Cristiana, incidono negativamente sul sindacato unitario Cgil arrivando alla scissione in Cgil, Cisl e Uil. Questa spaccatura si riflette anche sui lavoratori nelle fabbriche. Nel 1949 nelle aziende del gruppo Orsi si torna così a respirare il clima di tensione: il bilancio passivo, il cottimo collettivo e l’alta partecipazione sindacale nelle altre imprese del gruppo spingono la proprietà a una serie di contro misure con licenziamenti e minacce di serrate (29 dicembre 1948) presso gli stabilimenti Maserati e delle Fonderie Riunite. La Camera del Lavoro organizza per il 9 gennaio 1949 una manifestazione di protesta a Modena in solidarietà ai lavoratori. Le forze dell’ordine presenti in città per contrastare le frequenti occupazioni degli stabilimenti, quel giorno carica e fa disperdere i manifestanti. I mesi seguenti proseguono all’insegna di nuove tensioni fra lavoratori, sindacati e proprietà mentre l’obbiettivo del governo De Gasperi, attraverso il ministro dell’Interno Scelba, era quello di controllare la protesta. Tutto questo sfocia nel novembre del 1949 con la minaccia della proprietà di licenziare 120 lavoratori alle Fonderie Riunite, se la commissione interna non accetta un taglio dei salari e la non partecipazione del sindacato alle riunioni di gestione della produzione. Mentre i sindacati concertano un accordo, la proprietà applica inaspettatamente la serrata alle Fonderie Riunite il 5 dicembre 1949. I lavoratori organizzano picchetti alla fabbrica che durano per più di 3 settimane, con la solidarietà dei modenesi che portavano alimenti, e con lo stabilimento sempre presidiato dalle Forze dell’ordine. Il 28 dicembre la proprietà annuncia la riapertura delle Fonderie Riunite per il 9 gennaio 1950, con il taglio da 560 a 250 lavoratori. Nella complicata vertenza fra proprietà e sindacati interviene il sindaco di Modena Alfeo Corassori che incontra Adolfo Orsi, senza ottenere risultati. Nel frattempo, il Consiglio generale dei sindacati e delle Leghe della Camera del Lavoro proclama uno sciopero generale di 8 ore per il mattino del 9 gennaio 1950.

Verso il 9 gennaio 1950
La mattina del 9 gennaio 1950 circa 10 mila persone sono riunite davanti alle Fonderie Riunite e le Acciaierie, zona Crocetta viale Ciro Menotti. I tentativi della Fiom, della Camera del Lavoro, e dei parlamentari Pucci e Cremaschi di mediare con la proprietà, quella mattina assente, fallisce. Nel frattempo, la Questura – prevedento un alto afflusso di manifestanti – dispone misure rigidissime con posti di blocco nel quartiere Crocetta e lo stabilimenti delle Fonderie Riunite presidiato militarmente dalle Forze dell’ordine arrivate anche da Bologna, Cesena, Ferrara, Parma, Reggio Emilia. L’inizio degli scontri fra i lavoratori e la celere si si sarebbero accesi in seguito al ferimento di un carabiniere da parte dei manifestanti, e di conseguenza le forze dell’ordine avrebbero aperto il fuoco per evitare di essere sopraffatte. Gli scontri culminano con 6 morti – Angelo Appiani, Ennio Garagnani, Alberto Rovatti, Renzo Bersani, Arturo Malagoli, Arturo Chiappelli – e oltre 200 feriti – ufficialmente 15 – che non andarono a farsi medicare per evitare ripercussioni sul posto di lavoro. Nessuna delle vittime lavorava nelle Fonderie Riunite.

I funerali del 9 gennaio nel documentario di Carlo Lizzani

Il comunicato della prefettura di Modena diffuso il 10 gennaio 1950
“La Prefettura in merito ai gravi incidenti di stamane ha diramato questo comunicato:
Mentre, sino da ieri, erano in corso tentativi per la soluzione della nota vertenza Fiom-“Gruppo Orsi”, si aveva motivo di ritenere, dagli scambi di vedute tra il prefetto e i rappresentanti a ciò delegati nelle persone del sindaco di Modena, del presidente della Camera di Commercio e dell’onorevole Coppi, che si sarebbe giunti ad una favorevole ed equa soluzione, stamane si cercava di ancora di disciplinare di comune accordo con gli esponenti della Camera del lavoro le modalità per la soluzione dello sciopero già dichiarato, il che avrebbe facilitato l’appianamento della vertenza. All’improvviso, alcune migliaia di operai, fatti affluire anche dalla provincia e dalle zone limitrofe, il che dimostra la preordinazione del piano, assaltavano le forse di polizia presidianti gli stabilimenti in agitazione e precisamente: “Fonderie Riunite”, “Maserati”, “Zanasi”, “Vignone” e alcuni stabilimenti della provincia, usando armi da fuoco, bombe a mano, martelli, sassi e bastoni. Le forse di polizia, per evitare di essere sopraffatte, rispondevano al fuoco, dopo numerosi tentativi di persuasione riusciti vani. Negli incidenti si sono avute le seguenti perdite: sei operai dimostranti rimanevano uccisi e numerosi feriti. Tra le forze dell’ordine risulta ferito gravemente un sottoufficiale da arma da fuoco; un carabiniere e numerosi agenti contusi”.

Conclusioni
Dopo i gravi incidenti avvenuti il 9 gennaio 1950, in Prefettura, si stipula un nuovo contratto sindacale e la riapertura dello stabilimento delle Fonderie Riunite, senza alcun licenziamento. Adolfo Orsi fu costretto a lasciare la dirigenza del gruppo siderurgico. Il processo giudiziario accerta l’assenza di scontri fra polizia e manifestanti; la premeditazione delle forze dell’ordine nella loro decisione di agire con la forza in ogni caso; l’assenza di atti di resistenza alle forze dell’ordine da parte dei manifetanti; il risarcimento da parte dello Stato ai famigliari delle vittime.

Immagine della riapertura delle Fonderie Riunite

A cura di Marco Amendola, 2019